di Elisa Silvia Colombo, ricercatrice titolare dello studio presentato.

Negli ultimi anni, numerose ricerche hanno indagato il ruolo dell’empatia nel rapporto tra medico e paziente nella medicina umana, evidenziando l’importanza di un approccio volto non solo a curare la patologia bensì basato sul prendersi cura delle persone, tenendone in considerazione anche gli aspetti emotivi e psicologici. Tuttavia, paradossalmente, la formazione accademica dei professionisti della salute sembra agire in direzione contraria, determinando un progressivo e marcato distacco del medico nei confronti del paziente, a scapito della qualità della relazione terapeutica.

Queste tematiche sono state poco approfondite in ambito medico veterinario, dove l’attenzione agli aspetti non tecnici della professione, quali l’intelligenza emotiva e le capacità comunicative e relazionali, si è sviluppata solo di recente, in virtù del profondo cambiamento culturale relativo alla concezione del rapporto uomo-animale. In particolare, i professionisti che si occupano di animali da compagnia sono spesso paragonati ai pediatri e, proprio per il profondo legame affettivo che esiste tra i proprietari e i loro animali, è richiesto loro lo sviluppo di abilità che li rendano in grado di relazionarsi correttamente con le persone e con gli animali anche in situazioni critiche, quali la diagnosi di una malattia grave, l’eutanasia e il lutto.

Le ricerche condotte presso il Canis sapiens Lab dell’Università degli Studi di Milano sono le prime ad essere state condotte in Italia e mostrano risultati in linea con quelli pubblicati in altri paesi occidentali. Un primo studio ha confrontato gli studenti del primo e del quinto anno di medicina veterinaria utilizzando strumenti volti a misurare l’empatia verso gli animali e la percezione della continuità tra l’uomo e gli altri animali, per valutare l’effetto della formazione accademica su queste variabili. I risultati hanno mostrato livelli di empatia più elevati negli studenti del primo anno rispetto a quelli dell’ultimo anno, i quali sviluppavano inoltre un atteggiamento più strumentale nei confronti degli animali rispetto ai colleghi più giovani. Le cause ipotizzate sono diverse: la struttura del percorso di studi, che non prevede insegnamenti approfonditi sul rapporto uomo-animale e sulle capacità emotive e cognitive degli animali, dedicando invece ampio spazio ai temi relativi alla produzione animale; modelli di ruolo che promuovono un atteggiamento distaccato come sinonimo di maggiore professionalità; meccanismi psicologici di difesa nei confronti della sofferenza, con la quale si entra spesso in contatto. Sebbene i risultati non fossero eccessivamente preoccupanti, dato che i livelli di empatia restavano comunque buoni anche negli studenti dell’ultimo anno, ci si è chiesti cosa accadesse una volta iniziata la professione.

Una seconda ricerca ha quindi valutato i livelli di empatia verso gli animali e verso le persone in un campione di medici veterinari professionisti, specializzati in animali da compagnia, indagndo l’effetto degli anni di pratica. Al contrario di quanto riscontrato negli studenti, nella pratica clinica i livelli di empatia verso gli animali rimanevano stabili, mentre l’empatia verso le persone (e quindi verso i proprietari) andava ad aumentare nel corso del tempo. Sembra quindi che i veterinari riescano a sviluppare “sul campo” quelle competenze emotive trascurate nel corso della formazione. Un dato interessante che emerge in entrambi gli studi riguarda una differenza di genere, per cui le donne (che oggi sono in maggioranza tra i veterinari e tra gli studenti di veterinaria) mostrano generalmente più empatia nei confronti degli animali rispetto agli uomini. Poiché nelle professioni sanitarie è nota l’esistenza di una relazione tra empatia e burnout, è attualmente in corso una ricerca volta ad accertare le caratteristiche di questa interazione nella medicina veterinaria.

Sebbene si tratti di dati preliminari, alla luce della letteratura internazionale che evidenzia come la capacità di mostrare empatia e di comunicare in maniera efficace con il proprietario siano fondamentali per il successo professionale e la soddisfazione personale del veterinario, sembra importante suggerire che l’acquisizione di queste competenze non venga lasciata al caso, al talento naturale o all’apprendimento per tentativi ed errori, bensì venga inserita all’interno di percorsi di formazione strutturati pre e post – laurea.

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